• Licia Cappato

Quando un frutto tira l'altro... c'è di mezzo la ciliegia



Secondo un antico proverbio popolare – e forse mai un detto è stato così corrispondente al vero – “una tira l’altra”. Come resistere, infatti, alla sua gustosa polpa che – tenera o croccante, più o meno zuccherina che sia – delizia il palato con i suoi inconfondibili aromi e il suo elevato potere dissetante, a fronte di un apporto calorico decisamente contenuto: appena 38 kcal per 100 grammi di prodotto.


La ciliegia – ebbene sì, stiamo parlando proprio di lei – in questa stagione è uno fra i frutti da portare in tavola più amati e ricercati. E non stupisce, quindi, che il suo successo nei gusti dei consumatori si perda proprio nella notte dei tempi. Originario, come molti altri frutti, dell'Asia Minore, il ciliegio cominciò a diffondersi in Egitto attorno al VII secolo a.C. e in seguito raggiunse la Grecia e poi, attorno al II secolo a.C., l’Italia. Presso i Romani, come riporta Plinio il Vecchio, alberi di ciliegio sarebbero stati importati dall’odierna Turchia attorno al 72 a.C. da Lucullo.

Da Roma il ciliegio raggiunse ben presto tutti gli angoli dell’Impero e i suoi frutti continuarono ad essere apprezzati anche dopo l’avvento dei barbari.

Come spesso capitava a determinati tipi di frutto, anche la ciliegia rivestì un proprio ruolo nella mitologia antica. Per i Greci era la pianta sacra a Venere, mentre i frutti, per via del loro colore, erano ritenuti di buon auspicio per gli innamorati. Non a caso in Sicilia si ritiene che una promessa d’amore espressa all’ombra di un ciliegio avrà senz’altro un esito felice. In Cina la ciliegia è simbolo della bellezza femminile, mentre in Giappone il fiore di ciliegio è addirittura il simbolo della nazione. Di avviso opposto, invece, i Finlandesi, i quali associano questo frutto al peccato e anche per gli anglosassoni sognare un ciliegio rappresenta un presagio di malasorte.

Dicerie presenti presso vari popoli nordici che non scalfirono le convinzioni dei più “calienti” poeti Garcia Lorca e Pablo Neruda, i quali alla ciliegia dedicarono alcuni dei loro fortunati versi.

Al di là delle tante suggestioni e dei troppi pregiudizi, già a partire dal 1700 la coltivazione dei ciliegi appariva ben avviata in tutta Europa. Ma fu in Italia, a Marostica, che nel 1933 si pensò di ideare una sagra dedicata proprio a questo gustoso frutto, tanto che oggi le ciliegie coltivate nella cittadina veneta, famosa anche per i suoi scacchi viventi in piazza, godono del riconoscimento IGP.

Oltre che per la bontà e il basso apporto calorico, le ciliegie meritano di essere portate in tavola anche per i discreti contenuti di vitamina C e di potassio, nonché per la presenza di vitamina A, rappresentando quindi una protezione per la vista e un rafforzamento delle difese immunitarie. Ma le ciliegie sono anche fonte di acido folico, calcio, magnesio, fosforo e flavonoidi, un validissimo aiuto nella lotta contro i radicali liberi.

Se nella maggior parte dei casi il bello della ciliegia è mangiarla al naturale perché, come detto, “una tira l’altra”, sono tante le ricette di dolci che si possono preparare con questo frutto. Ma talvolta si può osare anche di più, ad esempio preparando un gustosissimo secondo come il filetto alle ciliegie.

Prendete un filetto intero e strofinatelo con un mix di olio, sale e pepe. Quindi legatelo con dello spago per alimenti e riponetelo in una teglia da forno. Fatelo cuocere in modalità preriscaldata a 180° per circa 40 minuti, avendo cura di irrorarlo di tanto in tanto con del vino bianco. A cottura ultimata levate il filetto e riempite la teglia con 750 grammi di ciliegie denocciolate e tagliate a quarti. Aggiungete un cucchiaio di miele, un bicchiere di vino bianco e, cuocendo a fuoco moderato, rimestate fino ad ottenere una salsa densa. Una volta pronta cospargetela sulla carne che nel frattempo avrete affettato e impiattato. La portata è pronta. Buon appetito.

Licia


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